L’amica geniale

In Italia viene naturale pensare che tutto sia bizantino, occulto, mascherato. Non c’è mossa politica, azione sociale o giudizio culturale in cui non venga evocato un motivo nascosto, fino al livello più banale. Se la scrittrice Elena Ferrante è lodata a New York e a Londra, se è citata in tutti le liste dei “libri dell’anno”, per gli italiani è evidente che la fortunata autrice non può essere quel che sembra: una scrittrice napoletana di una certa età che non ama le luci della ribalta. Ci dev’essere un trucco, una congiura, un burattinaio dietro le quinte.”

Elena Ferrante è una geniale iniziativa commerciale, così titolava il 2 gennaio Frederika Randall, opinionista di Internazionale, definendo l’Italia “paese di santi, poeti e complottisti” (se ne aggiunge sempre una nuova, ahimè). Questa saga mi incuriosiva da un po’ e l’articolo è stato un incentivo a leggerla. Possibile che gli italiani siano così complottisti da non voler leggere il bestseller nostrano solo perché aleggia un certo alone di mistero sul suo autore? Mi sono sempre chiesta, assistendo al culto del personaggio che non risparmia i grandi autori, se almeno in questo caso non sia superfluo sapere che faccia abbia, come parli, come si muova colui che ha scritto il libro che abbiamo tanto amato. Insomma, a volte il personaggio può risultare diverso da come l’avevamo immaginato, può deludere, può indurci a mettere in discussione l’opera. Io non ho mai sentito l’esigenza di conoscere gli autori, mi interessa quasi esclusivamente conoscere ed amare i loro libri.

Così nel caso di Elena Ferrante: che sia alta, bassa, magra o grassa, uomo… sono tutte informazioni prive di rilevanza. L’amica geniale (parlo del primo romanzo intendendo tutta la serie dei quattro) mi è piaciuto, forse l’ho trovato un prolisso, questo sì. Di una storia del genere io non avrei scritto una tetralogia. Trovo curioso però che una storia del genere possa aver avuto tanto successo all’estero e da un lato un po’ mi preoccupa l’immagine che altrove devono essersi formati di noi. La storia di Lina e Lenù, il loro rapporto di amicizia (se così si può chiamare, io definirei una passione, un amore/odio in piena regola) si snoda in uno scenario che rappresenta un pezzetto d’Italia tra i più degradati. E’ quasi un romanzo verista, ognuno appartiene al suo mondo e da quel mondo non si può venir fuori, né con gli studi né frequentando altri ambienti, né cercando di lasciarlo. La tua infanzia, la famiglia, il quartiere ti seguiranno sempre, metteranno su di te le loro grinfie. I personaggi di Elena Ferrante sono dei predestinati, non c’è nulla che possano fare per cambiare il loro destino, non possono nulla contro la vita. Se dovessi trovare un difetto a questi libri direi che sono privi di speranza, ma non potrei definirlo difetto, questo è il loro spirito, è il credo di Elena Ferrante. Chiunque sia deve conoscere bene l’ambiente di cui parla. Mi sono fatta l’idea che lei e l’Elena del libro siano la stessa persona e che questa storia non sia poi una finzione. Non condivido la chiusura dell’articolo di Frederika Randall:

Ma se piace, qual è il problema? Solo questo: cosa significa per la reputazione intellettuale dell’Italia se all’estero i critici più competenti sono rapiti da un evidente prodotto commerciale? A parte la lodevole mancanza di fantasia complottista, hanno forse un’idea stereotipata dell’Italia e nient’altro? Una sorta di paese giullare, messo a disposizione per il divertimento altrui, ma di poco peso?”

L’Italia di Elena Ferrante non è stereotipata, è solo una delle italie possibili, non la migliore, ma una parte di noi che esiste e che vale la pena raccontare.

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